Vino cotto delle Marche Picenum, una prelibatezza da degustare con i dessert.

In un tardo pomeriggio di luglio mi son ritrovata a festeggiare Santa Brigida di Svezia (se volete saperne di più). Invitata dalla mia amica Marina e da sua sorella Presidente della Comunità Italiana ho accolto con gioia la possibilità di ritornare nei luoghi di mio papà e della sua famiglia attratta anche dalla presenza del gruppo Tamburi e Danzatrici San Ginesio dalle Marche. Speravo di godermi uno spettacolo in costume dal sapore marchigiano medievale che non conoscevo ma la mia attesa è stata disdetta perchè, ieri, a San Ginesio c’erano il direttore generale dell’Unesco Bokova, Letta e Prodi per lanciare  il “laboratorio di San Ginesio”, il rilancio dopo il terremoto! (notizie su San Ginesio), niente costumi e niente danzatrici ma un gruppo di giovani,i Terraemotus,  con i loro tamburi! La piccola delusione si è dissolta subito e il pomeriggio si è trasformato in una festa con amici, nuove conoscenza e ……un vino da dessert spaziale : Vino cotto Picenum.

Se volete vedere le foto della festa andate su fb The Foodie and everything else

vino della Marche

Barbara Palmarucci mi racconta la ricetta…


Impossibile non scoprire cos’è questo nettare e non condividere. (anche perchè acquistandolo daremo una mano alle Marche a risorgere dal maledetto terremoto).

Questa è la storia di quello che una volta era chiamato caroenum e che oggi è conosciuto con il nome di vino cotto. Per vino cotto si intende il Vino Cotto Piceno, da non confondersi con quello che, nelle regioni del sud Italia, viene chiamato vino cotto e che corrisponde alla nostra sapa. Le origini del vino cotto risalgono al tempo in cui il territorio compreso tra le province di Macerata, Ascoli e Teramo era abitato dall’antico popolo dei Piceni. In seguito all’espansione dell’antica Roma, il caroenum (che non è ancora chiamato vino cotto) lo ritroviamo nei banchetti degli antichi romani che usavano berlo a fine pasto, poi una volta scomparso l’impero romano, lo ritroviamo al tempo di Carlo Magno, tra i prodotti che le Ville dovevano fornirgli periodicamente, poi scomparse dalle mense dei potenti e continua, diremo quasi “sotto traccia” nelle case dei contadini e dei proprietari terrieri del nostro territorio fino ai giorni nostri. Oggigiorno il vino cotto ha un posto d’onore tra le tipicità del territorio, confermato anche dall’Associazione Italiana Sommelier (A.I.S. – Marche), che ha inserito il vino cotto Picenum tra le eccellenze enogastronomiche della regione Marche.

COME SI FA

Per fare il vino cotto si prende il mosto (senza le bucce) e si mette in un recipiente dove viene cotto (da qui il nome di vino cotto) lentamente a fiamma diretta fin quando l’evaporazione non fa scendere il volume a 2 terzi dell’iniziale (è fondamentale che la cottura sia fatta a fiamma diretta poiché così avviene la caramelizzazione degli zuccheri che gli conferisce quel particolare colore ambrato). Si mette poi nelle botti a fermentare e vi si lascia per un periodo non inferiore a 18 mesi, quando è giunto a maturazione si imbottiglia e può essere consumato subito o lasciarlo affinare ulteriormente in bottiglia.

CARATTERISTICHE

Il colore del vino cotto è un colore ambrato, dorato e cristallino: il profumo è complesso e va dal caramello ai datteri, dai fichi secchi al miele; in bocca è morbido, caldo, la dolcezza è ottima, mai stucchevole e perfettamente integrata con freschezza e sapidità; il risultato è un vino equilibrato, persistente, fine ed armonico. Il vino cotto ha inoltre proprietà antiossidanti, utili nell’organismo umano a combattere i radicali liberi.

ABBINAMENTI

Il vino cotto è eccellente con la pasticceria secca, il cioccolato fondente, le castagne arrosto, le pesche, i formaggi piccanti o erborinati; in alcuni territorio marchigiani il vino cotto fa parte della tradizionale colazione di Pasqua insieme alla tipica ciambella, al ciauscolo ed al formaggio pecorino. È comunque perfetto anche da solo essendo un ottimo “vino da meditazione”.

TEMPERATURA DI SERVIZIO

La temperatura di servizio del vino cotto varia dai 12° C ai 18° C, secondo le stagioni o il gusto personale.

da I Tesori della Sibilla 

 

Zucchero filato al mini Luna Park.

Qualche notizia sullo zucchero filato!Carnevale di Muggia

Ci sono numerose storie a proposito dell’invenzione dello zucchero filato. Ho dato un’occhiata su internet impostando la ricerca sul termine inglese originale, “cotton candy” e ne sono saltate fuori davvero tante. A quanto dicono nel sito che cito sotto, tutte queste storie sono interessanti ma nessuna di esse è definitiva.
Molti ne attribuiscono l’invenzione ad un uomo d’affari americano all’inizio del XX secolo. E la Louisiana Exposition del 1904 a St. Louis è citata come il luogo in cui il prodotto è stato per la prima volta presentato al pubblico.
La verità è che lo “spin sugar” era conosciuto già molto tempo prima di quella data: già a metà del XVIII secolo sia in Europa che in America lo zucchero filato veniva utilizzato come guarnizione per le confezioni pasquali con reti argentate o dorate di zucchero filato. A quell’epoca produrlo era decisamente costoso e laborioso e non era quindi alla portata di tutti. La sua produzione su larga scala è cominciata quando W.J. Morrison e J.C. Wharton (Nashville, TN) hanno brevettato la prima macchina elettrica nel 1897 facendo dello zucchero filato un prodotto a buon mercato che si è rapidamente diffuso. Il principio sul quale si basa il funzionamento di tale macchina è lo sfruttamento della forza centrifuga e il passaggio dello zucchero (inizialmente cristallizzato) su piastre calde con piccoli fori.

Carnevale di Muggia.

Sister si mangia lo zucchero filato nel piccolo luna park


“The Dictionary of American Food and Drink” riporta invece una storia differente: lo zucchero filato sarebbe nato nel 1900 al Ringling Bros. and Barnum & Baily Circus quando il venditore di snack Thomas Patton ha iniziato il processo di caramellizzazione dello zucchero facendolo genialmente passare sopra una fornello a gas con piastra rotante creando così il “cottony floss” come è stato inizialmente chiamato.

Uno dei modi per farlo in casa è questo:
Servono alcuni bastoncini lunghi 30 centimetri, di plastica oppure di legno, ad esempio quelli che si usano per fare gli spiedini.
Si mette in un pentolino lo zucchero ed il glucosio e poi si aggiungono pochissime gocce d’acqua, in modo da formare con lo zucchero una crema filante. Si mette ora lo zucchero sulla fiamma media. Lo zucchero inizierà a bollire; ogni tanto si prende un cucchiaio di legno, lo si immerge nello zucchero e si fa colare una goccia su un piano di marmo, poi si prende questa goccia con due dita dopo aver atteso qualche istante si prova ad allontanare le due dita; se si formerà un filo, allora lo zucchero sarà “cotto al filo”. Si continua a cuocerlo e dopo qualche attimo si rifà la prova della goccia. Alla seconda o terza prova si dovrebbe formare una pallina da porter forgiare. Quando allontanando le dita si formerà un filo che poi sembrerà diventare vetro, allora siamo arrivati alla mèta: zucchero cotto al caramello.
Si toglie il pentolino dal fuoco e si mette su una spianatoia. Si prende ora un bastoncino ed una forchetta. Dopo aver atteso che il caramello si sia intiepidito (ma attenzione che non si indurisca altrimenti diventerà in breve caramella) si immenge la forchetta nel pentolino e la si tira fuori: lo zucchero inizierà a colare ed allora è questo il momento di agitare la forchetta facendo in modo che i sottilissimi fili bianchi che si formano vadano a formare una matassa di “lana” sul bastoncino che teniamo nell’altra mano.
E’ chiaro che questo bel giochino funziona solo se saremmo stati così bravi e brave da cogliere il giusto punto di cottura dello zucchero.
Vogliamo lo zucchero filato color giallo? Usiamo il succo di limone al posto dell’acqua. Rosso? Succo d’arancia rossa oppure d’amarena…
Buon appetito e buon divertimento!

L’importanza delle condizioni meteo per carnevale.

Non riesco ad andare a letto, qualcuno ci comunica via whatsapp che non può dormire perché vive in centro storico, ma non brontola, sa che sarà così fino mercoledì prossimo: musica e confusione fino a tardi. Penso però che ieri sera, gli abitanti delle calli, abbiano avuto una tregua. Con quel tempaccio non si poteva certo ballare in strada, grandine, vento e pioggia gelida, speravamo nella pioggia sottile che bagna “di meno” ma c’è stato un diluvio con vento che non lasciava possibilità di stare all’aperto.

 Voglia di andare a casa, ma abbiamo fatto bene a restare perché c’erano tanti amici in giro. Un bel venerdì muggesano tra bicchierate (bevanda dell’anno: rosso con l’arancio) e danze al chiuso dei bar o sotto un tendone; musica e chiacchiere, anche qualche ricordo e battute frivole.

Una bella serata, dalle 16 alle 22.30 mi sembra sufficiente …la notte é ormai quasi un miraggio, ci vuole fisico, così me la lascio almeno per martedì, possibilmente ore piccole, anzi l’alba!Il meteo però dice di nuovo pioggia, speriamo che almeno sia quella pioggerellina fine fine poco insistente che riesci a sopportare perché sembra bagni meno oppure, meglio, che il meteo sbagli!!!! Un bel sole come oggi sarebbe perfetto da domani a mercoledì compreso!

Notte a tutti.

Il Carnevale nel Costume, mostra della Bulli e Pupe al Museo Carà.

Difficilmente si può scordare il 2004 , 3 domeniche di pioggia battente, una in aprile.
Niente sfilata con quel tempo avverso! Ma ho un ricordo simpatico con i ragazzi della Bulli e Pupe e la loro allegria.

#Carnevaldemuj64

2004 Unico caso di Sfilata rimandata.DIGITAL CAMERA

Ricordo che volevo dedicarmi al video e bazzicare con il montaggio su pc, ne è venuto fuori un video con una regia terribile, effetti ancora peggio ma una cosa nuova. Adesso siamo abituati a filmarci in pubblico e a farci riprendere, quella volta ancora no, 13 anni fa era una novità anche fastidiosa, soprattutto la sera tardi quando si è all’apice della festa. Appena riesco a dividerlo lo pubblicherò perchè è allegro se pur molto kitsch. Nel cd c’è qualche secondo proprio con dei ragazzi di questa compagnia. In giro sotto la pioggia cantando a gran voce “noi no molaremo mai” (noi non molleremo mai). Il nostro spirito che seppur deluso dal non poter metter in mostra il lungo lavoro dei mesi prima non si arrende del tutto e va a divertirsi in giro!
E’ bella la mostra dei Bulli e Pupe perchè mostra l’evoluzione del costume e , soprattutto, di questa compagnia che, in questi ultimi due anni, ha dato il meglio di sè. Vale una visita perchè i costumi sono ben disposti e si vedono i particolari, soprattutto per chi non conosce i nostri costumi, un angolo di storia.
www.carnevaldemuja.com per conoscere meglio questa compagnia e quello che presentano quest’anno.

Buona serata…
finiti i vestiti, domani prove generali e poi organizzazione logistica trasferimenti e orari…

Questo slideshow richiede JavaScript.

Forse non tutti sanno che i coriandoli sono stati inventati da un triestino.

Buona domenica!
Forse non tutti sanno che i coriandoli sono stati inventati da un triestino.
Ettore Fenderl nacque a Trieste il 12 febbraio 1862 e fu uno scienziato di fama internazionale ma a lui viene attribuita anche l’invenzione dei coriandoli. Quand’era ancora un bambino, impossibilitato a gettare dalla finestra di casa alla sottostante sfilata di carnevale i tradizionali confetti e i petali di rose, decise di tagliare in piccoli triangolini dei fogli di carta colorata che quindi lanciò dalla propria finestra di un palazzo in Piazza della Borsa. L’effetto fu subito notato dalle maschere nonché dalla polizia che si recò in casa del bimbo per ottenere delucidazioni. La voce corse subito a Vienna (era il 1876 e Trieste era un’importante città dell’Impero Absburgico) e a Venezia e l’idea, per altro mai brevettata, fece con successo il giro del mondo. Il nome “coriandolo” attribuito ai pezzetti di carta deriva dall’atavico utilizzo dei semi di coriandolo rivestiti di zucchero lanciati nelle feste di carnevale.
(da http://www.tuttotrieste.net/ )
E sapete che in un sacco di lingue vengono chiamati confetti?  (fra cui inglese,tedesco, francese, olandese, svedese e spagnolo)

Carnevale di Muggia

Beautiful 3 year old girl dressed in dirndl and cat mask playing with confetti in the studio.

L’origine della confusione linguistica ha origine nel Rinascimento quando in Italia ai matrimoni o durante il carnevale si usava lanciare veri e propri dolcetti, i confetti appunto. È attestato che già prima del 1597 i confetti stessi erano anche chiamati coriandoli «cuopronsi i coriandoli di zucchero per confetti», ovvero si utilizzassero talora i semi della pianta del coriandolo al posto delle mandorle nei piccoli dolci.

E adesso che vi ho erudito posso tornare ai miei vestiti per domenica prossima che ,grazie a due amiche preziose e mia sorella.stanno venendo veramente bene!

Capannone, Brico e Prototipi, una domenica come tanti anni fa.

Ieri, domenica, ho fatto un salto indietro nel tempo di quasi trentanni. La mattina ho preparato il laboratorio artigianale (il mio studio) in assetto carnevale is coming. Praticamente ho ricominciato a creare una maschera (farme el vestito de carneval). Tanti anni sono passati da quando smanettavo un po’ con la macchina da cucire, un po’ a mano e con materiali inusuali. Adesso ci sono tanti di quei prodotti nuovi che mi piacerebbe proprio conoscere, nel frattempo riparto dalla gommapiuma, non ho avuto scelta e la vedo dura perchè sarà un vestito ingombrante e pesante, una bella sfida! (vedremo di fare del proprio meglio). Bisogna cominciare però,perchè è già tardi, manca solo un mese. Recuperata mia sister con il pranzo, un pasticcio di radicchio rosso di Treviso e gorgonzola, ci siamo fermate in “capannone” a prendere fogli di cartoncino per fare il prototipo in formato reale del famoso tulipano. Sul capannone dove si costruiscono i carri farò una puntata a parte perchè è il cuore pulsante, l’officina magica, il fulcro della sfilata. Nelle ore e ore passate al freddo a lavorare con ferro, carta, colla, colori c’è sempre il tempo per un pranzetto con cantatina incorporata, un caffè con i crostoli ,un bicchiere di vino o un birra mentre si contempla il lavoro fatto, si studiano i particolari e si discute anche animatamente.E’ come se fosse una comunità a se, è un posto dove trovi sempre qualche amico di lunga data,facce nuove e vedi quello che stanno creando.
E’ domenica, ora di pranzo, c’è poca gente, farò il giretto con calma in settimana, adesso prendo i cartoncini e si va da Brico per colle e nastri adesivi.
Dopo il buon pasticcio si inizia a tagliare cartone per fare il prototipo del fiore, giusto per avere un’idea dell’effetto finale e di come costruirlo, cercando di farlo il più comodo possibile (cosa quasi impossibile con quell’ingombro)e mi sono ritornati in mente tanti bei momenti di tanti anni fa, fare con le proprie mani da un pregio al vestito (costume) in più, c’è la soddisfazione di dire “l’ho fatto io”, non importa se è tanto elaborato o semplice, ma riuscire a farlo bene è proprio una soddisfazione. Questo è un altro dei nostri pregi, questa manualità creativa che è cresciuta sempre di più e si è raffinata soprattutto con i costumi, secondo me.
Un bel gruppo che si fa i costumi assieme scambiandosi messaggi e foto di prove su Whatsapp…è la cosa migliore che mi da abbastanza speranza di riuscire nell’impresa! Mai modo fu migliore di usare i social !!!
E adesso bisogna fare gli stampi in carta…
Buona serata.

Stasera vi rimando alla pagina Facebook del Carneval de Muja (il sito è in aggiornamento) per le news informative e scrivo pensieri.
Ho trovato un’immagine dei primi anni 2000 che ,a prescindere da chi è in foto, potrebbe essere degli anni ’80 oppure del 2016 che la scenetta è la stessa da quando esistono le macchine fotografiche in strada con il buio…e secondo me, sono i più bei ricordi di gioventù e non solo! Ovviamente i giovani sono più freschi fisicamente e con gli occhi che brillano, hanno tutta la vita davanti. Però queste immagini fermano dei momenti belli da ricordare a qualsiasi età. Non importa se sono scure, dai brutti colori, con inquadrature improbabili , basta che si veda l’allegria dei volti. Guardando queste squinzie qua sotto (parlo con cognizione di causa e buona conoscenza delle giovinastre) mi rivedo esattamente uguale alla loro età, piena di energia ed allegria, simpatiche. Si balla, si canta , “se fa fraia” diciamo noi il far baldoria. E da giovane è anche più facile perchè è anche un pò faticoso, una bella maratona . Si arriva all’apice dell’energia e poi si scende pian piano,
però la voglia di farlo c’è sempre, magari con altri ritmi, è come un sortilegio che si affievolisce ma non passa mai, nel profondo è rimasta la stessa voglia di farlo come tanti anni fa.
Quello che non cambia mai però è lo stare tutti assieme, senza distinzioni di età , una grande festa che coinvolge e mescola quasi tutti. Un nostro pregio, secondo me.

Ho anche sempre pensato che Carnevale vuol dire “valvola di sfogo”:mi maschero, mi travesto e mi dimentico un attimo della quotidianità. Una pausa con ricarica di energia, star con la gente nelle piazze e nelle strade, per me, è liberatorio.Per un attimo il tempo si ferma e si fa festa, parli con persone che praticamente conosci di vista e incontri amici che non vedi da tempo. E’ fantasia, creatività e pensieri leggeri. Resterà nella memoria e potrà portare allegria che, per me, è un bisogno primario, il buon umore che ti da la spinta per affrontare la vita.

Questo è solo il mio punto di vista , credo che ognuno la vedo a modo suo, l’importante è che il risultato sia sempre questo, questo “stare insieme” senza stress! Buona serata!

Carnevale di Muggia.

….arriva il digitale! 2001