Tergeste, gli incanti del gusto e la fotografia di cibo.

Dal 24 al 27 novembre Trieste è diventata la città del gusto!
Un Concorso Internazionale di Cucina.
Un Concorso per i giovani delle scuole alberghiere.
Una fiera alimentare con espositori del territorio e non solo.
Show cooking.
Un ristorante.
Eventi, incontri e tanto altro….di cui anche il mio workshop di Food Photography da smartphone e non solo.

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Nella gallery qua sopra ci sono dei momenti di questa manifestazione, la prima nel suo genere a Trieste. Diciamo pure che ero concentrata sul mio intervento nell’Auditorium del Salone degli Incanti, luogo che mi ha messo soggezione dato che non sono abituata ad insegnare in un luogo così prestigioso (in fin dei conti mi sono seduta sul posto occupato da Sgarbi poco tempo fa). Far parte di un evento così mi ha proprio inorgoglito e non posso che ringraziare l‘Associazione Cuochi di Trieste e Le Vie delle Foto che hanno riposto fiducia nella mia professionalità, ci ho messo l’anima e il mio piccolo sapere e, credo, di aver colpito nel segno e aver trasmesso amore per il mio bel mestiere e passione.
Qualcuno mi ha chiesto cosa aveva a che fare la fotografia con una fiera alimentare e vi dirò che sono importantissime! Chi non usa le immagini oggi come oggi? Come puoi descrivere il tuo prodotto se non con una foto accattivante? Ecco allora che l’immagine diventa un veicolo basilare per la promozione oppure per il semplice piacere di condividere un istante….
Vi propongo il prologo del mio corso e , dalla prossima settimana, posterò lezioni tecniche per darvi una piccola mano! Buona lettura!

Le foto di cibo non sono come le altre
Cibo, ricette, chef famosi, vino, somellier, alimentazione, salute. Veniamo bombardati da immagini di cibo e bevande in continuazione e fa venir voglia di scattare e condividere. Il cibo è colore, forme, ombre, luci, creatività ed è affascinante, fotogenico, anche con lo smartphone. Fotografare bene il cibo da soddisfazione personale e se riesci a far venire l’acquolina in bocca a chi guarda l’immagine allora hai fatto un buon lavoro.
Che tu sia un food blogger, un cuoco o semplicemente un buongustaio, resta il fatto che ormai lo scatto davanti al piatti, padelle e forni è un’abitudine consueta e piacevole.
Nonostante la passione, però, molti di voi si saranno chiesti almeno una volta:perché i miei scatti non vengono mai come quelli delle campagne pubblicitarie?La postproduzione fa miracoli, certo, ma ci sono dei trucchi che i fotografi professionisti utilizzano al momento dello scatto che agevolano di molto il loro lavoro e, neanche a dirlo, il risultato finale!
la maggior parte dei piatti fotografati nelle riviste risulta nella realtá immangiabile Molti ingredienti ad esempio non devono essere cotti come da ricetta ma molto meno; pasta, pesce, verdure danno il meglio di sè se semi crudi…lucido di scarpe sulla carne grigliata, glicerina sulle bottiglie per l’effetto sudato, purè di patate al posto del gelato, colla al posto del latte nei cereali, bolle di sapone sul latte e caffè al posto della schiuma..per citarne solo alcuni…allucinante vero? Non è questo il nostro caso, non siamo pubblicitari, lo scopo di questo workshop è imparare a scattare delle belle foto con il nostro smartphone ma di cibo vero!
Secondo me il cibo è affascinante: dalle verdure crude, alle ricette più elaborate ci sono forme e colori infiniti e ci sono moltissimi modi per fotografarlo, ognuno può trovare il suo stile, resta fondamentale però sapere delle basi tecniche che ci aiuteranno a sperimentare meglio ed a ottenere risultati migliori.

 

 

Il Chiosco di MujaVeg alla Festa di San Martino.

Sempre più spesso si sente parlare di vegetariani e vegani. A Muggia la tematica è così sentita che si è costituita un’associazione che organizza eventi e conferenze: il MujaVeg.

Ho avuto modo di incontrare alcuni rappresentanti alla Festa di San Martino dove in un chiosco addobbato da zucche, melograni e colori autunnali è stato possibile assaggiare dei buoni vini e dei dolci completamente privi di ingredienti di origine animale.IMG_20171112_120248623-01

L’atmosfera è quella di casa, sorrisi e allegria accompagnano l’importante messaggio che la filosofia veg porta. Al banchetto ho fatto alcune domande a Cristian, vegano da due anni e vegetariano da circa sette. <<il nostro è un movimento di lotta non meno importante di quelli che si adoperano per la pace o per i diritti delle donne ad esempio>> racconta Cristian <<Abbracciare la filosofia veg è stata la scelta più grande che ho fatto nella mia vita, fino ad allora non avevo mai scelto nulla di veramente importante: cosa mangiare, come vestirmi o se andare o meno allo zoo – lo decideva qualcun altro per me>>. IMG_20171112_120253700_HDR-01Approfondisco con lui questo argomento e mi spiega che il fatto di non mangiare un salame di gatto o un formaggio di topo non è legato a controindicazioni di tipo sanitario o di gusto ma solo culturali. Diamo per scontato che alcuni animali sono adatti per esser impiegati in cucina ed altri no per il semplice motivo che crediamo si sia sempre fatto così. Cristian mi racconta anche che fino al 4.500 A.C. il continente europeo era popolato da una cultura contadina dedita all’agricoltura, stabile e pacifica; senza classi sociali, eserciti e prigioni. Successivamente questa cultura fu cancellata dalle invasioni di un popolo proveniente dalle steppe asiatiche, i Kurgan, dediti alla cultura del dominio sia tra gli umani che sugli altri animali. Quindi si formarono classi sociali, schiavismo, allevamento e da una filosofia positiva basata sull’armonia della vita con la natura si passò ad una cultura basata sulla morte e lo sfruttamento del prossimo che è diventato il modello dominante e che abbiamo conservato fino ad ora esportandolo in tutto il mondo.

Gli chiedo allora come vede il futuro del pianeta <<questo pianeta durerà ancora a lungo, ma molte specie che lo abitano sono in pericolo; pure la nostra>> racconta Cristian <<potremo aver un futuro solo se impediremo che gli animali nascano negli allevamenti. Su questo pianeta siamo in troppi e gli animali da allevamento, da soli, alterano il clima con l’inquinamento più che tutti i mezzi di trasporto messi assieme (aerei, imbarcazioni, automobili, treni, ecc.)>>

Gli chiedo quindi come sia possibile diventare vegetariani/vegani e quali siano i rischi legati all’alimentazione <<non c’è una ricetta da seguire per diventare veg; ogni vegetariano o vegano ha fatto il suo percorso, chi con difficoltà chi con estrema semplicità>> descrive Cristian <<ricordo che la posizione dell’Academy of Nutrition and Dietetics è che le diete vegetariane e vegane se ben equilibrate sono salutari, nutrizionalmente adeguate e possono apportare benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie, e che queste diete sono adatte in tutti gli stadi del ciclo vitale, inclusa gravidanza, l’allattamento, la prima e la seconda infanzia, l’adolescenza, l’età adulta per gli anziani e per gli atleti.

 

CristianIMG_20171112_120304505_HDR-01<<Abbracciare la filosofia veg è stata la scelta più grande che ho fatto nella mia vita, fino ad allora non avevo mai scelto nulla di veramente importante: cosa mangiare, come vestirmi o se andare o meno allo zoo – lo decideva qualcun altro per me>>. Approfondisco con lui questo argomento e mi spiega che il fatto di non mangiare un salame di gatto o un formaggio di topo non è legato a controindicazioni di tipo sanitario o di gusto ma solo culturali. Diamo per scontato che alcuni animali sono adatti per esser impiegati in cucina ed altri no per il semplice motivo che crediamo si sia sempre fatto così. Cristian mi racconta anche che fino al 4.500 A.C. il continente europeo era popolato da una cultura contadina dedita all’agricoltura, stabile e pacifica; senza classi sociali, eserciti e prigioni. Successivamente questa cultura fu cancellata dalle invasioni di un popolo proveniente dalle steppe asiatiche, i Kurgan, dediti alla cultura del dominio sia tra gli umani che sugli altri animali. Quindi si formarono classi sociali, schiavismo, allevamento e da una filosofia positiva basata sull’armonia della vita con la natura si passò ad una cultura basata sulla morte e lo sfruttamento del prossimo che è diventato il modello dominante e che abbiamo conservato fino ad ora esportandolo in tutto il mondo.

Concludo chiedendo a Cristian come contattare l’associazione se necessito di ulteriori informazioni e materiale per conoscere meglio l’argomento <<i vegetariani muggesani utilizzano principalmente i social per tenersi in contatto, c’è una pagina fb chiamata “Vegetariani e Vegani Muja” che è sempre molto frequentata, ma è possibile anche contattarci tramite mail info@mujaveg.it o tramite la pagina internet www.mujaveg.it. Periodicamente facciamo degli incontri al caffè del teatro Verdi di Muggia>>

…………..mi sa che dobbiamo veramente meditarci su! Buona serata a tutti!

Il Pandoro,il dolce di Natale per eccellenza!

Manca più di un mese al Natale ma gli scaffali dei discount sono già pieni di pandoro e panettoni di tutte le marche, addobbi natalizi, luci e i primi abeti fanno capolino in certe piazze (perlomeno a Trieste). Personalmente lo ritengo prematuro ma sappiamo come funziona il commercio e l’economia perciò mi adeguo ed inizio proprio dal Pandoro.
Come da tradizione dell’alimentazione italiana che si basa sulle tradizioni locali, anche il pandoro ha la sua origine geografica specifica, infatti la città di Verona lo riconosce come alimento tipico e tradizionale. Le origini non sono ben chiare, ma secondo alcuni sarebbe nato in Austria ai tempi dell’impero Asburgico, dove si produceva il cosiddetto “Pane di Vienna”, probabilmente derivato a sua volta dalle brioches francesi; fin dal ‘700/’800, infatti la tecnica per ottenere questo pane era molto conosciuta, la sua lavorazione prevedeva di completare l’impasto aggiungendo una maggiore dose di burro (come si fa per la pasta sfoglia) con il risultato che, durante la cottura il dolce acquisti volume…Secondo altri, invece, deriverebbe dal “Pan de oro”, un dolce ricoperto completamente di sottili foglie di oro zecchino (da cui probabilmente il nome attuale) che veniva servito sulle tavole dei più ricchi veneziani.
Le origini, comunque, più accreditate, sarebbero quelle secondo le quali il pandoro deriverebbe dal “Nadalin” un dolce a forma di stella che per tradizione le famiglie veronesi preparavano per Natale…è probabile, comunque, che nell’ideazione di questo dolce ci sia stata anche la collaborazione dei pasticceri austriaci, molto impiegati nelle pasticcerie più importanti di Verona. Creato nel 1260 per festeggiare il primo Natale dopo l’investitura dei nobili Della Scala e dei Signori di Verona, inizialmente costituito da un tronco a stella con 8 punte e non troppo alto ricoperto da una glassa,   Intorno alla fine dell’Ottocento, il dolce cambiò forma, venne alzato, le punte ridotte a 5 e la glassa eliminata… Cambiando anche il suo nome in “Pandoro”.

In ogni caso, qualunque sia stata la sua origine, nel 1894 fu brevettata la ricetta da Domenico Melegatti, che  brevettò anche lo stampo dalla forma caratteristica… un’altra versione, vuole invece che, sì Melegatti brevettò la ricetta del panettone, ma che lo stampo fosse disegnato dal pittore impressionista Angelo Dell’Oca Bianca, che lo disegnò con il corpo a forma di stella a 8 punte.
Una cosa è abbastanza certa: il nome Pandoro deriva proprio dal colore dorato di questo dolce, dato dalla presenza, nell’impasto, di una gran quantità di uova.
Fra gli ingredienti del pandoro si annoverano: Farina, zucchero, uova, lievito, burro e burro di cacao. La tecnica di preparazione è estremamente complessa e si svolge in più fasi consecutive, con molte ore di lavoro dietro.
La ricetta originale del pandoro non prevede che questo venga guarnito internamente con creme o canditi, anche se col tempo le case produttrici hanno cercato di ampliare la loro offerta  variando le loro ricette, facendo nascere così  diversi tipi di pandoro: da quello farcito al cioccolato a quello alla crema, o ancora a quello ricoperto di glassa.
Il classico di oggi, è però quello senza farcitura ricoperto da uno strato di zucchero a velo…

Semplice e ..inimitabile!

Gli ingredienti del pandoro

Gli ingredienti sono semplici: farina, zucchero, uova, lievito, burro e burro di cacao. Il gusto è altrettanto semplice nella sua descrizione: fantastico. Nello specifico:

  • 450 grammi farina 00
  • uova
  • tuorli d’uovo
  • 140 grammi zucchero
  • 170 grammi burro
  • 100 ml latte
  • bacca di vaniglia
  • 1 pizzico sale
  • 20 grammi lievito di birra

La ricetta originale del pandoro

Gusto ed ingredienti semplici non corrispondono affatto ad una lavorazione veloce e facile. Al contrario, la preparazione del Pandoro è decisamente lunga, con molte fasi di lavorazione.

Si inizia con un impasto di zucchero, lievito, uova e farina che va lasciato lievitare per almeno due ore. All’aggiunta di burro, altra farina, altre uova e altro zucchero, segue una secondo periodo di lievitazione di altre due ore. L’impasto va a questo punto ulteriormente lavorato, steso e piegato; vanno aggiunti altri ingredienti e va fatto riposare per trenta minuti.

Una quarta lavorazione precede un ulteriore riposo di trenta minuti. Solo dopo la lievitazione nello stampo imburrato (ancora 30-60 minuti) è finalmente il tempo di infornare per una quarantina di minuti a 190 e poi, da metà cottura, a 160 gradi.

Un dolce che richiede tanto lavoro, insomma, ma che donerà, una volta raffreddato e cosparso, a piacimento, di zucchero a velo, un gusto e un aroma unici.

Minestra di lenticchie con uno spumante del Collio.

Festa di San Martino ed antichi sapori d’autunno a Muggia, stamattina sono riuscita a fare una capatina e mi sono ritrovata con un bel piatto di minestra di lenticchie in mano offerto dai miei amici di Muja Veg e fatta da Giulia, una loro amica di Chieti, venuta per l’occasione a trovarli. Super gustosa e sana, questa minestra, mi ha proprio conquistato (anche per la semplicità della realizzazione) e trovo giusto condividere con voi la ricetta:
Ingredienti:(le dosi sono quelle per una normale minestra e secondo il vs gusto))
lenticchie 
patate
foglie di cavolo
olio extravergine d’oliva
dado vegetale possibilmente bio
sale qb.
Realizzazione:
Mettete in ammollo le lenticchie la sera prima
Lessatele in acqua e dado vegetale in modo da avere la base della minestra.
In un’altra pentola lessate le foglie del cavolo verde tagliate a striscioline (con il resto del cavolo potete fare una buona pasta il giorno dopo)
Scolate le foglie togliendole con una schiumarola e nell’acqua dove le avete lessate, buttate le patate tagliate a dadini, lessate al punto giusto anche loro, scolate e mettetele nella pentola delle lenticchie con le foglie del cavolo. Mescolate e fate bollire assieme il tutto per 2/3 minuti giusto per amalgamare il gusto. Impiattate e condite con un buon olio extravergine d’oliva e un pizzico di sale.

Visto che eravamo in festa abbiamo accostato Emily, vino spumante di Luca Fedele..fresco e frizzante…ci stava proprio proprio bene!
Buon Appetito!

 

 

 

Federico Alessio sommelier, blogger, scrittore e i Vini dell’Altro Mondo.

Buongiorno,
Dopo il semi fallimento del mio Terrazzello (Terrazzo/Orticello)  mi è venuta voglia di andare a scuola di agricoltura, il corso organizzato dal Comune di Muggia. A breve vi racconterò di questa bella e non nuova iniziativa per Muggia che è iniziata con una lezione sul vino. Siamo in settembre, il mese dell’uva e, ovviamente, del suo succo prezioso. Paolo Parmeggiani, docente bravissimo anche “for dummies” come me, ci racconta come coltivare le viti e come si fa il vino, un approccio decisamente coinvolgente che si collega perfettamente con l’intervento successivo di Federico Alessio sommelier, blogger e scrittore.
Federico l’ho conosciuto l’altr’anno per San Martino (qui l’articolo) alla presentazione suo libro “Cuore di pietra”, che racconta la storia, le tradizioni e le caratteristiche dei principali vini del Carso triestino attraverso una serie di incontri con gli uomini e le aziende, mi aveva dato una bella carica per il blog (poi, la legge di Murphy ha fatto il suo e non ho fatto molto, ma ci arrivo). Mi piace come scrive e mi è venuto spontaneo seguire Federico che ama definirsi un instancabile esploratore di cantine ed assaggiatore. Proprio qualche giorno fa avevo trovato un evento che ha organizzato:
Giovedì 28 Settembre alle ore 20,30
presso Luca Fedele Winery – Corno di Rosazzo
“BIANCHI DELL’ALTRO MONDO”.
Contattata dalla mia Sister sommelier e trovato un super autista, anche lui sommelier ci siamo organizzati per andare a degustare  questi vini di terre lontane e, dopo la lezione che ha tenuto al Teatro Verdi di Muggia, mi sono fermata a chiedergli qualche notizia su questo evento:
<<A Corno di Rosazzo, nella cornice intima e familiare della sala degustazioni di Luca Fedele, giovane vigneron friulano in vertiginosa ascesa, terremo per tutto l’autunno una serie di eventi incentrati sull’assaggio di vini provenienti dalle più svariate regioni del mondo.

Tale iniziativa si rivolge al folto pubblico di appassionati e winelovers tanto in Friuli che nella Venezia Giulia, ed ha lo scopo di promuovere la conoscenza di prodotti, distretti vinicoli e stili enologici assolutamente differenti da quelli cui siamo comunemente abituati. Si tratta dunque di un invito ad allargare non soltanto il proprio bagaglio di assaggiatori, ma anche i propri orizzonti enoici.

Centrale nella nostra offerta divulgativa è la valorizzazione dei differenti terroir, e di come le stesse uve riescano a esprimersi in modo tanto diverso nelle varie parti del mondo. Le nostre serate sono delle vere e proprie “masterclass” in cui si parla, si interagisce e ci si confronta, e dove ognuno ha spazio e diritto di esprimere, se lo desidera, il proprio punto di vista.

Il primo appuntamento, fissato per giovedì 28 settembre, racconta i “Bianchi dell’Altro Mondo” e rappresenta un’occasione ghiotta per degustare ben cinque vini di quattro continenti diversi: vitigni e stili che mostrano interpretazioni sorprendenti, e che ci auguriamo non mancheranno di interessare il nostro pubblico.>>

..finisco con una frase del mio articolo citato più in alto….non è forse vero?
Buon pranzo a tutti!
Il vino non ha confini, non c’è nazionalismo nel vino. il Vino lega i Popoli …..

se amate il vino ecco il Blog di FedericoAlessio
Federico Alessio Wine and Spirits

 

 

Le foto di cibo devono far venire l’acquolina in bocca, consigli su come realizzarle.

Ciao, è da un po’ di tempo che ci sto pensando: e se arricchissi questo blog con delle lezioni su come fotografare il cibo (se non lo sapete sono una fotografa professionista)? Volevo fare una pagina a parte ma con WordPress non mi ci ritrovo tanto (mi sono anche iscritta ad un corso che spero parta presto)perciò oggi la butto qua sul blog…
L’idea di darvi qualche consiglio mi è venuta guardando gli orrori fotografici che vengono postati ogni giorno sui social e non solo, ho visto addirittura brochure con foto scure, con colori rivoltanti, sfocate …insomma…da vomito! Fiorella Macor PhotographyMa vi rendete conto dell’importanza che ha l’immagine che mostra il cibo che presentate? Mi sa che ci sono parecchie persone che lo hanno capito e allora, ok se uno lo fa per proprio piacere personale, ma chi ci lavora con il cibo dovrebbe metterci più attenzione. Una volta si chiamavano i fotografi professionisti, oggi abbiamo una tecnologia alla portata di tutti, ma questo non vuol dire svilire la qualità. Il modo per avere immagini “decorose” non è difficilissimo, bastano un po’ di impegno e degli accorgimenti per fare in modo che il vostro cibo risulti veramente buonissimo!

Oggi vi propongo la presentazione dei miei corsi da Eataly ( (si inizia al 23 settembre a Bologna e al 30 settembre a Trieste per proseguire ottobre, novembre e dicembre con la Tavola di Natale!) In collaborazione con Le vie delle Foto, se avete voglia di seguirmi datemi un segnale: un like alla pagina, l’iscrizione al blog e vedrete che vi darò una buona mano…gratis! Vi aspetto!

Ricette, chef famosi, vino, sommelier, alimentazione, salute. Veniamo

bombardati da immagini di cibo e bevande in continuazione e fa venir voglia

di scattare e condividere. Il cibo è colore, forme, ombre, luci, creatività ed è fotogenico, anche con lo smartphone. Fotografare bene il cibo da

soddisfazione personale e se riesci a far venire l’acquolina in bocca a chi guarda

l’immagine, allora, hai fatto un buon lavoro.

Che tu sia un food blogger, un cuoco o semplicemente un buongustaio, resta il

fatto che ormai lo scatto davanti al piatti, padelle e forni è un’abitudine

consueta e piacevole.

Secondo me il cibo è affascinante: dalle verdure crude, alle ricette più

elaborate ci sono forme e colori infiniti e ci sono moltissimi modi per

fotografarlo, ognuno può trovare il suo stile, resta fondamentale però sapere

delle basi tecniche che ci aiuteranno a sperimentare meglio ed a ottenere

risultati migliori.

 

 

La Cena sotto le Stelle ha raggiunto i suoi obiettivi!

Buona sera,
mi sembra giusto condividere i risultati ottenuti dalla bellissima Cena Sotto le Stelle del 26 luglio 2017 in Piazza Unità di Trieste.Come vi avevo già raccontato è stato…magico e il Sindaco ha detto che diventerà un appuntamento fisso (e se lo dice lui bisogna crederci).
Ecco a voi i ringraziamenti dell’Associazione Cuochi di Trieste e qualche dato!

L’evento Cena sotto le stelle, che si è svolto, con grande successo il 26 luglio in piazza Unità d’Italia, aveva tre obiettivi primari:

la beneficenza;
una raccolta di fondi per l’Associazione cuochi Trieste per promuovere e organizzare corsi per giovani che vogliono avviarsi in questa professione, come era stato specificato in sede di conferenza stampa;
valorizzare, con un evento unico nel suo genere a Trieste, una delle piazze più belle d’Italia.

Tirando le somme, ognuno di questi tre obiettivi è stato raggiunto.

Certo, anche noi avremmo voluto poter donare di più in beneficenza e avere più fondi a disposizione per la formazione dei giovani aspiranti cuochi, ma un evento come quello che è stato organizzato il 26 luglio non ha visto solo tanta buona volontà e tantissima generosità da parte di chi ci ha lavorato e di chi ha partecipato, ma ha dovuto sostenere anche dei costi specifici che potete vedere nella tabella pubblicata.

Ci teniamo però anche a ringraziare un po’ di persone.

Prima di tutto le 202 persone che hanno pagato la cena e chi ha donato quel giorno passando in piazza Unità.

Poi, vanno ringraziati:

il Comune di Trieste, Acegas APS Amga, Vigili del Fuoco, Azienda Sanitaria, Polizia Municipale, Prefettura e Polizia di Stato.

E tutte le persone che hanno messo a disposizione il loro tempo e le loro competenze gratuitamente:

25 cuochi e aiuto-cuochi;
14 sommelier;
22 ragazzi del Gruppo Giovani FIC e delle scuole alberghiere, che ci hanno supportato anche nelle opere di fatica.

Sì, i costi non sono stati esigui. Perché?

Perché molte volte gli sforzi di alcuni per rendere un evento davvero unico, all’insegna del ‘voler fare bene’, non va sempre a braccetto con chi, anche giustamente, per potersi garantire delle entrate per sé e i propri dipendenti, non può ‘regalare’ il proprio lavoro e le proprie materie prime.

Le nostre intenzioni erano più che buone e siamo perfettamente a posto con le nostre coscienze perché sappiamo di aver organizzato una serata unica, quel giorno. E, anche se per alcuni è poco, per altri il ricavato è qualcosa.

Speriamo che nella prossima edizione ci siano più fornitori che possano contribuire in maniera da poter destinare ancora più soldi alle realtà che vorremo sostenere.

Lo speriamo di vero cuore. E ringraziamo ancora tutti quelli che hanno aderito e ci hanno aiutato.

L’Associazione Cuochi Trieste

 

Korma, chapati, riso ed aquiloni al torneo di cicket.

Palow

Palow

Make Cricket Not War
è lo striscione che ti accoglie quando entri nel mio Stadio Comunale oggi. E condivido l’idea.cricket
cricketScoprire che c’era un torneo di cricket per rifugiati mi ha sorpreso, soprattutto per il momento difficile che stiamo vivendo  Ma quello che mi ha colpito di più è stato l’accenno di una condivisione di cibo afgano/pakistano e gli aquiloni che tanto mi ricordano Jaipur il Giorno dell’Indipendenza, 26 gennaio (dal mio viaggio in India).
Così mi sono trovata a mangiare korma, chapati, ceci e riso basmati con lo stesso sapore quasi dimenticato del cibo del Deserto del Thar, lo stesso profumo che non trovi sicuramente nei ristoranti indiani italiani
Faceva caldissimo in stadio e non capisco nulla di cricket, le ragazze della Caritas mi hanno fatto subito sentire a mio agio e i ragazzi pakistani ed afgani erano cordiali ed educati. cricketLi guardavo che giocavano la partita e mi è venuto da pensare che tutti i “maschi” sono uguali nello sport, di qualsiasi etnia siano! Sono ragazzi e basta., l’energia era quella. Le movenze, le urla, il ballare e cantare…identici in tutto il Mondo!
(la gallery su facebook)
Ma c’è stato anche un momento emozionante mio: quando sono passata davanti ad una fila di ragazzi seduti all’ombra che avevano un pentolone pieno di korma e, stavano distribuendo il chapati,cricket il profumo della spezie mi ha fatto fare un salto indietro nel 2003, nel Deserto Indiano che confina con il Pakistan e vedere il pane uguale alla versione indiana mi ha fatto esclamare. Chapati! Gentilmente, me ne hanno offerto un po’ con una bella cucchiaiata di korma piccante al punto giusto. Sono stata brava e ho mangiato senza posate, come fanno loro…
Speravo di vederli mangiare tutti assieme e farmi dare alcune ricette ma la partita non finiva mai e nessuno mangiava, il gioco non lo conoscevo e che ci facevo a rimanere? (erano già le 14) Così stavo salutando, ma mi hanno invitato a rimanere ed assaggiare il Palow ,riso basmati con pollo,pomodoro e ceci e, non ho potuto sicuramente rifiutare! Buonissimo anche questo, un po’ più piccante  ma cucinato al punto giusto. Tanto garam masala, curcuma, cumino, zenzero e chissà quante altre spezie, ma amalgamato con equilibrio…buono…
Sono andata via tutta persa in ricordi guardando l’unica bambina afgana che c’era in stadio che faceva volare gli aquiloni costruiti sul momento da ragazzi. Semplici, di cartoncini leggeri, era bello vedere con quale abilità li creavano!
E adesso che vi ho raccontato questa mia esperienza piacevole vi regalo il link della ricetta che mi sembra più precisa del Korma di Pollo.bambina
Buona serata a tutti!

Il korma è essenzialmente un curry indiano leggermente speziato, composto da carne o verdure brasate in yogurt o panna. Le sue origini risalgono al XVI secolo, quando fu introdotto dagli invasori Mughal nel subcontinente indiano. Da allora è diventato molto popolare nell’India settentrionale, così come in Pakistan e Bangladesh.

La versione Mughal del korma era chiamata ‘shahi korma’, dove ‘shahi’ sta per reale. Quando il korma iniziò a diffondersi vennero introdotte diverse varianti, tra cui il korma di pollo, che diventò rapidamente la più popolare.

 

Vi racconto la Cena sotto le stelle. Location e sapori che non si possono dimenticare.

Un grande ristorante sotto le stelle con vista mare, attorniato da splendidi palazzi! Trieste, Piazza UnitàQuesta è stata lo scenario che ha accompagnato una cena dai sapori che non dimenticherò facilmente.
sono arrivata alle 17 per seguire il backstage e la preparazione ed il cielo era nuvoloso, grigio, ma il meto scongiurava la pioggia fortunatamente.

Tutto un fervore, i cuochi come formichine preparavano le tavole alla perfezione, gli sponsor preparavano i banchetti e i turisti non potevano fare a meno di entrare nella zona dedicata alla cena scattandosi selfie seduti ai tavoli. Luca Gioiello, uno dei bravissimi chef dell’Associazione Cuochi ha il telefono che squilla in continuazione e dirige il tutto con i suoi colleghi chef come fossero direttori d’orchestra. Trieste, Piazza Unità
Amo Piazza Unità da sempre, col suo sapore Mitteleuropeo e la vista sul mare , preparo il cavalletto, la macchina e mi metto a scattare come se non ci fosse un domani decisa a dare immagini eloquenti di questa location così preziosa.
Pian piano il cielo si apre e mi regala una luce che illumina il Palazzo della Prefettura e ne risalta i suoi decori dorati.
Sotto il Municipio si inizia la distribuzione ad offerta dei panini di Cotto in Crosta offerti dal Salumificio Masè. Il ricavato andrà tutto in beneficenza (se vuoi conoscere la ricetta del Cotto Triestino cerca l’articolo sul blog). Verso le 19 è tutto pronto, dei panieri originalissimi, composti da un enorme panino senza la mollica, avvolto in un tovagliolo, riempito da tante fette di pane e decorato con rosmarino e lavanda attirano la mia attenzione e mi dicono che è ora di andare in macchina a cambiarmi (mi sono organizzata proprio in modo egregio). Quando ritorno vedo che pian pianino arrivano gli ospiti. Un aperitivo li attende, del buon vino delle Cantine Angoris accompagnato da buonissime frittelle alle alghe marine ed origano (Acqua farina lievito alghe e origano). Le mie belle e amiche Hostess, Angela e Linda, in tubino nero e tacchi alti mi indicano il mio tavolo, una postazione bellissima verso il mare, sono proprio curiosa di sapere chi sono i miei commensali ! 10 persone per  tavolo. Appoggio il coprispalle su una sedia e vado a salutare gli amici sommelier che faranno servizio ed il cielo si fa ancora più bello regalandoci un tramonto degno di un quadro.
I tavoli si riempiono, i commensali si presentano e la cena inizia con un antipasto di alici barcolane, melanzane e formaggio del Carso per poi passare  al primo con lasagne preparate con farina di grani antichi e “canoce” (ho ancora il gusto in bocca, se ci penso, un accostamento perfetto). Per secondo un lingotto di baccalà cotto a bassa temperatura con verdurine e scarola, dal croccante crumble alla crema di indivia!
Scatto con fervore nella luce ormai notturna e mi gusto sto tribudio di sapori chiacchierando con i mie commensali, siamo proprio una bella tavolata e facciamo amicizia subito.
Le ore passano in fretta e arriva il momento importante del Guinness mondiale Piazza Unità triestedi una Pasta Crema di 25 metri assemblata sul lungo tavolo preparato per l’occasione. La Carsolina o Zavata è un dolce che non manca mai sulle nostre tavole, soprattutto sul Carso.
E’ affascinante vedere come vengono sistemate le mille foglie, riempite di crema e, in finale, spolverate di zucchero .
25 metri e 80 cm! E’ fatto…è un nuovo Guinness!
La festa raggiunge il suo apice, c’è un’aria di allegria e benessere attorno. Gli chef si rilassano e sorridono, è sicuramente stato un successo, Il Sindaco fa il suo bel discorso dicendo che questa dovrà diventare un’abitudine, come non essere d’accordo con lui?
Vin passito per il dessert, caffè Illy e un amaro di Piolo Max….e la piazza pian pianino si svuota.
Noi siamo ancora in tavola a chiacchierare, ci sembra di essere dei vecchi amici invece che nuove conoscenze e ci accorgiamo che siamo rimasti gli ultimi, che stanno già mettendo via tutto e, a malincuore ci alziamo anche noi scambiandoci le email per non perderci di vista.
L’orologio del comune segna l’una e mezza, ma come vola il tempo quando stai bene con gli altri? Troppo velocemente mi vien da dire.
Raccolgo la mia pesante borsa, il cavalletto e la fetta di Carsolina avvolta nell’argento che ci hanno gentilmente dato per asporto evado a salutare i sommelier che si stanno rilassando. Le mie Hostess sono ancora con i tacchi alti ma sedute sotto la Fontana dei 4 Continenti con Luca, li stanno “murando” con le piante che delineavano il rettangolo della cena, ce la faranno ad uscire tra un po’? Saluto anche loro mentre continuano ad accatastare i vasi delle piante, cercando di seppellire anche me…e con atto di volontà suprema decido che è ora di andare a dormire …anche se non ne ho tanta voglia!
Decisamente una serata da ricordare!

 

Vino cotto delle Marche Picenum, una prelibatezza da degustare con i dessert.

In un tardo pomeriggio di luglio mi son ritrovata a festeggiare Santa Brigida di Svezia (se volete saperne di più). Invitata dalla mia amica Marina e da sua sorella Presidente della Comunità Italiana ho accolto con gioia la possibilità di ritornare nei luoghi di mio papà e della sua famiglia attratta anche dalla presenza del gruppo Tamburi e Danzatrici San Ginesio dalle Marche. Speravo di godermi uno spettacolo in costume dal sapore marchigiano medievale che non conoscevo ma la mia attesa è stata disdetta perchè, ieri, a San Ginesio c’erano il direttore generale dell’Unesco Bokova, Letta e Prodi per lanciare  il “laboratorio di San Ginesio”, il rilancio dopo il terremoto! (notizie su San Ginesio), niente costumi e niente danzatrici ma un gruppo di giovani,i Terraemotus,  con i loro tamburi! La piccola delusione si è dissolta subito e il pomeriggio si è trasformato in una festa con amici, nuove conoscenza e ……un vino da dessert spaziale : Vino cotto Picenum.

Se volete vedere le foto della festa andate su fb The Foodie and everything else

vino della Marche

Barbara Palmarucci mi racconta la ricetta…


Impossibile non scoprire cos’è questo nettare e non condividere. (anche perchè acquistandolo daremo una mano alle Marche a risorgere dal maledetto terremoto).

Questa è la storia di quello che una volta era chiamato caroenum e che oggi è conosciuto con il nome di vino cotto. Per vino cotto si intende il Vino Cotto Piceno, da non confondersi con quello che, nelle regioni del sud Italia, viene chiamato vino cotto e che corrisponde alla nostra sapa. Le origini del vino cotto risalgono al tempo in cui il territorio compreso tra le province di Macerata, Ascoli e Teramo era abitato dall’antico popolo dei Piceni. In seguito all’espansione dell’antica Roma, il caroenum (che non è ancora chiamato vino cotto) lo ritroviamo nei banchetti degli antichi romani che usavano berlo a fine pasto, poi una volta scomparso l’impero romano, lo ritroviamo al tempo di Carlo Magno, tra i prodotti che le Ville dovevano fornirgli periodicamente, poi scomparse dalle mense dei potenti e continua, diremo quasi “sotto traccia” nelle case dei contadini e dei proprietari terrieri del nostro territorio fino ai giorni nostri. Oggigiorno il vino cotto ha un posto d’onore tra le tipicità del territorio, confermato anche dall’Associazione Italiana Sommelier (A.I.S. – Marche), che ha inserito il vino cotto Picenum tra le eccellenze enogastronomiche della regione Marche.

COME SI FA

Per fare il vino cotto si prende il mosto (senza le bucce) e si mette in un recipiente dove viene cotto (da qui il nome di vino cotto) lentamente a fiamma diretta fin quando l’evaporazione non fa scendere il volume a 2 terzi dell’iniziale (è fondamentale che la cottura sia fatta a fiamma diretta poiché così avviene la caramelizzazione degli zuccheri che gli conferisce quel particolare colore ambrato). Si mette poi nelle botti a fermentare e vi si lascia per un periodo non inferiore a 18 mesi, quando è giunto a maturazione si imbottiglia e può essere consumato subito o lasciarlo affinare ulteriormente in bottiglia.

CARATTERISTICHE

Il colore del vino cotto è un colore ambrato, dorato e cristallino: il profumo è complesso e va dal caramello ai datteri, dai fichi secchi al miele; in bocca è morbido, caldo, la dolcezza è ottima, mai stucchevole e perfettamente integrata con freschezza e sapidità; il risultato è un vino equilibrato, persistente, fine ed armonico. Il vino cotto ha inoltre proprietà antiossidanti, utili nell’organismo umano a combattere i radicali liberi.

ABBINAMENTI

Il vino cotto è eccellente con la pasticceria secca, il cioccolato fondente, le castagne arrosto, le pesche, i formaggi piccanti o erborinati; in alcuni territorio marchigiani il vino cotto fa parte della tradizionale colazione di Pasqua insieme alla tipica ciambella, al ciauscolo ed al formaggio pecorino. È comunque perfetto anche da solo essendo un ottimo “vino da meditazione”.

TEMPERATURA DI SERVIZIO

La temperatura di servizio del vino cotto varia dai 12° C ai 18° C, secondo le stagioni o il gusto personale.

da I Tesori della Sibilla